L’uomo che per primo fissò su una lastra fotografica un’immagine reale fu Nicephore Niepce

L’uomo che per primo fissò su una lastra fotografica un’immagine reale fu Nicephore Niepce

May 1, 2026 - 15:04
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L’uomo che per primo fissò su una lastra fotografica un’immagine reale fu Nicephore Niepce

EX UFFICIALE DI NAPOLEONE CHE AMAVA LA PITTURA

• L’uomo che per primo fissò su una lastra fotografica un’immagine reale fu Nicephore Niepce
• Era un ex ufficiale di Napoleone Bonaparte
• Lavorò 25 anni per inventare la prima camera oscura, ricavata in una specie di pollaio
• Morì povero e l’invenzione gli venne rubata


L’INVENTORE

Un ritratto di Nicephore Joseph Niepce (1765-1833), l’inventore della fotografia, eseguito dal pittore francese Charles Berger. Attualmente il ritratto si trova presso il museo della fotografia di Le Gras, paese natale di Niepce. Nel museo sono anche custodite le prime “camere oscure” inventate da Niepce. All’inizio, Niepce voleva diventare un pittore ma gli mancava la tecnica per ottenere le giuste proporzioni di figure e oggetti sulla tela. Pian piano si convinse che era meglio “catturare” immagini tratte dal vero. Riuscì, dopo molti sforzi, a proiettare alcune figure su una parete scura ma era incapace di “trattenerle”. Poi trovò il sistema di “fissaggio” delle immagini usando una lastra di peltro imbevuta di bitume. Cominciò così l’avventura della fotografia.


Ma torniamo a Nicephore Niepce e ai suoi primi esperimenti.
Li cominciò per vincere la monotonia della vita in campagna. In realtà in un primo momento aveva pensato di dedicarsi alla pittura. Ma si rese ben presto conto di non saperci fare con il disegno e nemmeno con i pennelli. Soprattutto gli mancava il senso delle proporzioni: dipingeva figure troppo piccole, oppure troppo grandi, comunque sempre disarmoniche. Insomma, gli mancava la tecnica, un modello da copiare. Provò con la carta velina a ricalcare i disegni che trovava sui libri. Riuscì al massimo a ottenere mediocri scopiazzature. Poi, una sera, gli capitò sottomano un vecchio libro nel quale si raccontavano le esperienze di un monaco francescano vissuto a metà del Duecento: Ruggero Bacone. Questi sosteneva che era possibile “fotografare” un determinato paesaggio proiettandolo su una parete mediante un fascio luminoso. La tecnica che Bacone suggeriva per “disegnare con la luce” partiva da una intuizione semplice ma straordinaria. In sostanza Bacone aveva provato a rinchiudersi in una stanza buia e a far filtrare all’interno la luce da un piccolo foro. Quell’esile raggio si era rivelato in grado di proiettare sulla parete i contorni di figure e di forme provenienti dall’esterno, nelle giuste proporzioni.


Dunque, mettendo in pratica l’intuizione di Bacone, Niepce pensava di poter finalmente dipingere ottenendo l’esattezza delle proporzioni. Si mise al lavoro e organizzò la sua prima “camera oscura”: si trattava di una stanza buia con le pareti dipinte di nero. In una di queste pareti, Niepce fece un forellino per far entrare la luce: un raggio di sole proiettava sulla parete opposta alcune forme e figure provenienti dall’esterno. Miracolo: erano in proporzione esatta, proprio come sosteneva Bacone. Però erano ugualmente inutili per gli scopi che si prefiggeva Niepce. Come poteva infatti Niepce “ricopiare” queste figure stando al buio? L’ex capitano decise che doveva esserci anzitutto un modo per “trattenere” quelle figure luminose il più a lungo possibile sulla parete scura. Cominciò a fantasticare attorno all’idea di poter “staccare” dal muro le immagini trasferendole sopra una tavoletta, oppure una lastra di metallo. Niepce dovette escogitare nuove tecniche: lavorò per quindici anni, dal 1801 al 1816.

Durante quegli anni decise, per motivi di praticità, di rimpicciolire le dimensioni della sua “camera oscura”. Lo stanzone con le pareti dipinte di nero venne presto abbandonato. Al suo posto Niepce cominciò a usare per i suoi esperimenti una stanzetta molto più piccola: una specie di pollaio con le pareti interne dipinte di nero. Poi costruì una specie di cubo in muratura di un metro di lato con il quale proseguì i suoi esperimenti. Dopo quindici anni aveva rimpicciolito la “camera oscura” al punto di trasformarla in una scatoletta di legno a forma quadrata, di quindici centimetri di lato. Era l’antenata della prima macchina fotografica. Niepce perfezionò sempre più la sua invenzione: fece arrivare dalla ditta degli ottici Chevalier di Parigi una piccola lente d’ingrandimento. La sistemò nel forellino della scatola. Poi incollò su una parete interna un foglio di carta imbevuto in un intruglio chimico di sua invenzione (a quanto sembra a base di cloruro d’argento). Era convinto che quell’intruglio potesse in qualche modo “fissare” le forme e le figure sulla carta. Niepce lasciò la sua scatola “magica” sulla finestra per ore e ore a ricevere la luce. In cuor suo si aspettava una specie di “miracolo”. Finalmente una mattina, aprendo la scatoletta trovò impresso sul foglio di carta tracce di forme e di figure. Era il 22 agosto 1816.


Ormai Niepce era sulla strada giusta ma gli mancava ancora qualcosa: la possibilità di “fissare” stabilmente le immagini. Passando da un esperimento all’altro, Niepce si accorse che il miscuglio chimico capace di garantire maggior sensibilità alla luce era il bitume di Giudea, un tipo di asfalto che ha la proprietà di essiccare molto velocemente. Spalmò questa sostanza su una lastra di peltro e sistemò la lastra dentro la scatoletta di legno. Poi lasciò filtrare la luce all’interno, attraverso il solito forellino dotato di lente d’ingrandimento. Lasciò la macchina sul davanzale per otto ore. Quando andò a verificare il risultato, sulla lastra era rimasto stabilmente impresso il panorama davanti al davanzale, cioè la cascina, il torrione, i tetti, le piante. Insomma Niepce aveva ottenuto la prima, vera fotografia della storia. Certo, i contorni erano un po’ sfocati, l’immagine non era nitida, ma sufficientemente chiara, inequivocabile. Soprattutto non si cancellava. Portò la lastra di peltro in camera sua e la rimirò per una notte intera: era la testimonianza dell’inizio di una nuova epoca, quella della fotografia.


La sorte di questa lastra fotografica merita un piccolo approfondimento. Niepce l’aveva portata in Inghilterra nel 1827 per mostrarla al celebre botanico Francis Bauer di cui aveva sentito molto parlare. Lo convinse a scrivere un rapporto per l’Accademia Reale sui “primi risultati ottenuti spontaneamente mediante l’azione della luce”. Gli scienziati inglesi dell’Accademia accolsero la relazione con flemmatica indifferenza.

Amareggiato, Niepce tornò in Francia: era talmente turbato che finì per dimenticare la sua preziosa lastra fotografica in albergo. Non si curò mai di recuperarla. L’oggetto venne “dimenticato” per decenni. Soltanto quando, verso la fine del secolo, si diffuse l’interesse per le tecniche fotografiche qualcuno si ricordò della prima immagine su lastra fotografica realizzata da Niepce. La caccia a quello “storico” reperto coinvolse persino gli investigatori di Scotland Yard ma inutilmente. Una coppia di facoltosi collezionisti inglesi, Natalie e John Gernsheim, che desideravano possedere la lastra fotografica di Niepce a qualsiasi prezzo, fecero una inserzione a tutta pagina sul Times, il più importante giornale di Londra. Era il 1898. Rispose un contadino del sobborgo di Kew, vicino alla capitale, mister Sean Pritchard: “Ricordo benissimo quella fotografia impressa su una lastra di peltro: venne venduta a mio padre da un albergatore che l’aveva avuta in consegna da un francese, tale Nicephore Niepce, suo ospite nel 1827. Credo proprio sia la fotografia che state cercando: purtroppo, però, non so più dove sia finita”. Mister Pritchard morì senza mai riuscire a trovare la fotografia. La rinvenne molti anni più tardi la sua vedova. La donna si ricordò dell’inserzione, si mise in contatto con i Gernsheim. Vendette la fotografia per dieci sterline, circa mezzo milione di lire attuali. Ora la fotografia, dopo ripetuti cambi di proprietà, è custodita negli Stati Uniti presso la Photography collection dell’Università di Austin, in Texas. Il suo valore è inestimabile.